Quel che resta di Pietro



Nel cestino non c’era niente, soltanto cartacce e vecchi giornali, ma l’uomo non si arrendeva e continuava a cercare, ostinatamente, gettando a terra con stizza tutto quello che non gli serviva, sotto lo sguardo sprezzante dei passanti.
Che disprezzassero pure, non gliene fregava niente, lui quel giorno aveva soltanto fame e finalmente, proprio sul fondo del cestino, trovò mezzo panino al salame. Rapidamente l’afferrò e se lo portò alla bocca, ma in quel momento il portone della casa di fronte si aprì e lei apparve.
Era bellissima, come sempre, avvolta nella giacca di pelliccia, con una minigonna che le scopriva le lunghe gambe muscolose.
Il suo sguardo girò sulla piazza ma niente e nessuno attirava la sua attenzione. E cosa avrebbe potuto attirarla, in fondo?
Lei non era una donna qualunque, l’uomo se n’era accorto fin dalla prima volta in cui l’aveva vista, circa un anno prima. Quando lei appariva il mondo cessava di esistere.
L’uomo mise il panino nella tasca dell’impermeabile beige, dimenticando che era bucata, e la seguì lungo il corso.
La sua testa, con i capelli all’altezza delle spalle, era facile da individuare perché era più alta di quasi tutte le altre, merito anche dei tacchi a spillo che rendevano un po’ ondeggiante il suo passo.
Parecchia gente si voltava a guadarla ma lei continuava a camminare, imperterrita, come se non vedesse nessuno, come se fosse sola. Doveva essere abituata ad essere guardata, pensò l’uomo, poi si fermò, la vide attraversare la strada e sparire nel negozio del parrucchiere.
Mise una mano in tasca per prendere il panino e allora si accorse che era caduto per il buco e l’aveva perso.


Beba non aveva notato l’uomo che l’aveva seguita, ma aveva sentito su di sé gli sguardi curiosi dei passanti. Eppure non era stata una gran fatica ignorarli, così come non era più una gran fatica trattenersi dal rispondere alle frasi sarcastiche che ogni tanto le venivano rivolte.
Ci si abitua a tutto nella vita, pensò mentre spingeva la porta del negozio.
Pia, la proprietaria, le sorrise da sopra la testa di una cliente a cui stava facendo la permanente.
“Ciao Beba, fra un minuto sono da te.”
“Fai pure con comodo, ho tempo,” rispose con la sua bella voce profonda. Sensuale, diceva Alberto.
Caro Alberto, pensò mentre si sedeva e prendeva una rivista da sfogliare nell’attesa.
Alberto era stato la grande fortuna della sua vita, il riscatto di tante miserie e umiliazioni, di tanti uomini sbagliati e cattivi.
“Posso farle le mani mentre aspetta?” le chiese una ragazza che doveva essere nuova.
“Sì grazie,” sorrise Beba porgendo una delle mani curate, con le dita lunghe e le unghie perfettamente ovali, che la ragazza iniziò a limare leggermente.
Era una ragazza piccola e minuta, con una gran massa di capelli che le nascondeva quasi completamente il viso. Si vedeva soltanto il naso, che sporgeva lungo e aguzzo, e Beba non poté fare a meno di pensare a Lisa.
Sì, quella ragazza le ricordava proprio Lisa, magrissima, con tutti quei capelli, perennemente impegnata a mangiarsi le unghie.
Pietro odiava quella sua mania di mangiarsi le unghie e provava una vera repulsione per quelle mani martoriate. Ma poi guardava le proprie mani, che sarebbero state belle senza quel nero che si infilava sotto le unghie e che non se ne sarebbe più andato finché avesse continuato a lavorare nell’officina sotto casa di Lisa, e allora pensava che loro due, in fondo, erano uguali, fatti uno per l’altra. E quando pensava queste cose, Pietro si sentiva disperatamente triste, con una gran voglia di andarsene da lei, dal loro paese, perfino da se stesso.
Lisa intuiva la sua voglia di evadere, il suo disagio a lavorare nell’officina, avrebbe voluto capirlo meglio ma non riusciva, proprio come non riusciva ad essere diversa da quello che era. Perché lei, dopo tutto, era una ragazza semplice, che non si curava neppure dei buchi nel maglione smesso da due sorelle più grandi: le bastava soltanto mangiarsi le unghie e fumarsi una sigaretta di nascosto, ogni tanto. Ma cosa voleva Pietro? Dove voleva andare? Questo Lisa non riusciva proprio a capirlo e non serviva a niente tentare di abbracciarlo perché lo sentiva irrigidirsi, avvertiva il profondo fastidio che lui provava al suo tocco e questo era molto peggio delle botte che suo padre le avrebbe dato se l’avesse sorpresa a fumare.
A diciotto anni neanche Pietro sapeva dove volesse andare, eppure lo perseguitava quel disagio ad essere se stesso, a stare accanto a Lisa, a lavorare nell’officina e tornare a casa da suo padre la sera.
Gli dispiaceva che Lisa stesse male per colpa sua, perché era l’unica persona che gli avesse mai voluto bene e che avesse mai tentato di capirlo, ma anche lui non poteva fare a meno di essere se stesso e proprio non riusciva sopportare i suoi baci e i suoi abbracci.
Voleva bene a Lisa e avrebbe voluto renderla felice ma gli era impossibile.
“Beba puoi accomodarti qui?” chiese Pia indicandole una poltrona.
Beba si scosse.
“Certo,” disse alzandosi.
Non aveva bisogno di dare istruzioni a Pia perché ormai la conosceva da un anno e sapeva fin troppo bene ciò che voleva.
Un anno, accidenti, sembrava ieri che Alberto le aveva proposto di trasferirsi a casa sua, ponendo fine all’esistenza squallida che aveva condotto fino a quel momento!
Chiuse gli occhi e si abbandonò al massaggio di Pia, mentre il suo pensiero tornava a Pietro.
Pietro, che voleva far sparire ogni traccia di grasso dalle sue unghie, che amava le cose belle, che subiva i maltrattamenti dei fratelli, che non riusciva ad innamorarsi di Lisa, per quanto ci provasse.
E poi nell’officina era arrivato Nicola e la situazione era precipitata, i momenti di euforia si erano alternati a quelli di disperazione più assoluta, fino alla notte in cui era successa la tragedia.
Era stato allora che Pietro aveva dovuto lasciare il paese, cacciato dal padre e dai fratelli e Beba ricordava ancora gli insulti che l’avevano accompagnato. Anche Lisa l’aveva insultato e non aveva più voluto vederlo. Mai più.
“Beba, cosa c’è?” chiese Pia.
Beba guardò il proprio viso nello specchio e solo allora si accorse delle lacrime che le scendevano per le guance.
“Oh niente”, rispose cercando il fazzoletto nella borsa. “Oggi è una giornata così cupa e io mi sono lasciata deprimere.”


L’uomo aveva trascorso tutto il pomeriggio camminando avanti e indietro per il corso, aspettando che lei uscisse da quel maledetto negozio, ma sembrava proprio che avesse deciso di restare per sempre chiusa lì dentro e lui iniziava a diventare nervoso.
Alle sette la porta del negozio si aprì e lei finalmente apparve, più bella di quando era entrata, e questo bastò a ripagarlo dell’attesa.
Camminava veloce, doveva avere fretta, o forse aveva semplicemente freddo.
L’uomo affrettò il passo perché questa volta non voleva assolutamente perderla.
Lei si fermò davanti al portone di casa sua, cercò le chiavi, lo aprì e si infilò dentro.
L’uomo fece appena in tempo ad entrare prima che il portone si richiudesse, allora lei si voltò e per la prima volta i suoi occhi si posarono su di lui.
Ma continuarono ad essere indifferenti anche quando lui le sorrise e aprì l’impermeabile, come aveva sempre desiderato fare.
Lentamente lei si portò le mani dietro la schiena, fece scendere la lampo della gonna, slacciò il bottone che vi stava sopra e se la lasciò cadere ai piedi, per mostrargli quel che restava di Pietro.



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