In libreria

NOI
Mi sono girata e ti ho visto.
Per un attimo è stato come se tutto questo tempo, e anni, e giorni, si fossero dileguati. È stato come se ci fossimo solo noi, io e te, quelli di tanti anni fa.
Era bello guardarti e scoprirti così simile ad allora, anche se leggermente invecchiato. E nello stesso tempo era normale che fossi di nuovo qui, così vicino, come sei stato per tanto, come se ci fossi sempre stato.
Eri la persona con cui parlavo di più, la persona a cui raccontavo tutto, ma eri anche quella con cui mi arrabbiavo di più. Anche tu ti arrabbiavi. Abbiamo fatto liti terribili, in cui ci dicevamo cose spaventose. Poi, all'improvviso, ci ritrovavamo avvinghiati, le nostre mani che armeggiavano con cerniere e bottoni. Pensavo che sarebbe stato sempre così, che avresti fatto parte della mia vita per sempre.
Invece un giorno, dopo l'ennesima lite, non ho avuto voglia di cercarti. Volevo essere libera, non rivederti più, conoscere altre persone. Mi sono sforzata di non pensarti, ho smesso di avere voglia di raccontarti quello che mi succedeva e, lentamente, mi sono abituata a vivere senza di te. Non so se la mia vita sia stata più bella o più brutta, soltanto è stata diversa.
Ci è voluto molto tempo prima che riuscissi a pensare di nuovo a te, prima che riuscissi a farlo con distacco e tranquillità. Prima che riuscissi a rendermi conto che i torti non erano solo tuoi.
E poi ti ho visto, dopo così tanto tempo, dopo così tanti anni e una vita lontana da te, adesso eri qui, in questa libreria dove io vengo spesso. Cercavi qualcosa tra gli scaffali, ogni tanto prendevi un libro, lo sfogliavi, poi lo rimettevi a posto. I tuoi gesti erano quelli di sempre, quelli che ricordavo così bene, come il tuo profumo di allora. Avrei potuto chiamarti, oppure allungare una mano e sfiorarti il braccio.
Invece, mentre ci stavo ancora pensando, mi sono girata e sono uscita. Perché la mia vita ormai è un'altra e tu non ne fai più parte. O forse perché avevo paura che ci scoprissimo diversi ed estranei, perché volevo conservare quel ricordo di noi che il tempo potrebbe sciupare.
ANCORA NOI
Ho sempre saputo che prima o poi ti avrei rivisto, che le nostre strade si sarebbero incrociate ancora. Invece per anni non ci siamo incontrati, segno che ci siamo scelti vite completamente diverse, che abbiamo frequentato luoghi e persone completamente diversi. Eppure ci sono stati momenti in cui ho desiderato incontrarti. È stato quando avevo un'automobile nuova o una nuova fidanzata: avrei voluto farti sapere quanto ero stato felice dopo che te n'eri andata.
E invece ti ho rivisto stasera, dopo una giornata in cui niente voleva andare per il verso giusto, con i postumi dell'influenza, che mi fanno sentire addosso tutti i miei anni e forse qualcuno di più. Dopo che la seconda figlia mi ha chiesto di versarle i soldi per l'ennesimo viaggio e il quarto figlio mi ha chiesto di non regalargli l'automobile per il diciottesimo compleanno perché le automobili inquinano e, quando proprio ne avrà bisogno, userà il car sharing. Quando hai tanti figli da donne diverse, quando hai passato poco tempo con loro e per il resto ti hanno rincorso o tu li hai rincorsi, succede che ti lamenti perché ti trattano come un bancomat e poi invece ci resti male perché se ne fregano dei tuoi regali.
E così ti ho rivisto stasera. Sono passati tanti anni ma sarebbe stato impossibile non riconoscerti. I capelli, sempre nerissimi, erano più corti e ti sfioravano appena le spalle. Portavi una giacca nera e un paio di jeans. Mi è sembrato di risentirti: "I jeans li metterò a cinquant'anni". Sei stata di parola.
Camminavi veloce, con il tuo solito passo, e facevi lo slalom tra le persone, come hai sempre fatto. Il tuo sguardo verde correva ancora più veloce, come se volesse andare oltre. Era quel tuo solito essere qui e altrove che mi irritava tanto. Anche adesso avrei potuto irritarmi e all'improvviso avevo voglia di farlo, mi sembrava che quella rabbia avrebbe potuto farmi sentire di nuovo giovane. Lo siamo stati a lungo, io e te, e avremmo potuto essere ancora noi. Perché in fondo è da un bel po' che ho iniziato a pensarti come si pensa a qualcuno con cui si è scampati a un incendio. Qualcuno con cui ci si capisce al primo sguardo e con cui forse tutto sarebbe stato più facile.
Quasi senza accorgermene, nonostante il bruciore in gola e l'umidità di un maggio autunnale che mi penetrava nelle ossa, ti ho seguita dentro quella libreria, che è proprio sotto casa mia. Da come ti muovevi, sembravi molto sicura di quello che cercavi e di dove l'avresti trovato.
All'improvviso ti sei girata e allora mi sono messo a scrutare lo scaffale. Ho preso un libro, l'ho sfogliato, l'ho rimesso a posto e ne ho preso un altro. Non potevo farti capire che ti avevo seguito. Non sapevo nemmeno se avevo voglia di ritrovarti, proprio stasera. E mentre sfogliavo i libri, mi sono accorto che te n'eri andata, senza chiamarmi, senza riconoscermi.
Siamo stati giovani a lungo, ma gli anni sono passati troppo in fretta.
Ho sempre saputo che prima o poi ti avrei rivisto, che le nostre strade si sarebbero incrociate ancora. Invece per anni non ci siamo incontrati, segno che ci siamo scelti vite completamente diverse, che abbiamo frequentato luoghi e persone completamente diversi. Eppure ci sono stati momenti in cui ho desiderato incontrarti. È stato quando avevo un'automobile nuova o una nuova fidanzata: avrei voluto farti sapere quanto ero stato felice dopo che te n'eri andata.
E invece ti ho rivisto stasera, dopo una giornata in cui niente voleva andare per il verso giusto, con i postumi dell'influenza, che mi fanno sentire addosso tutti i miei anni e forse qualcuno di più. Dopo che la seconda figlia mi ha chiesto di versarle i soldi per l'ennesimo viaggio e il quarto figlio mi ha chiesto di non regalargli l'automobile per il diciottesimo compleanno perché le automobili inquinano e, quando proprio ne avrà bisogno, userà il car sharing. Quando hai tanti figli da donne diverse, quando hai passato poco tempo con loro e per il resto ti hanno rincorso o tu li hai rincorsi, succede che ti lamenti perché ti trattano come un bancomat e poi invece ci resti male perché se ne fregano dei tuoi regali.
E così ti ho rivisto stasera. Sono passati tanti anni ma sarebbe stato impossibile non riconoscerti. I capelli, sempre nerissimi, erano più corti e ti sfioravano appena le spalle. Portavi una giacca nera e un paio di jeans. Mi è sembrato di risentirti: "I jeans li metterò a cinquant'anni". Sei stata di parola.
Camminavi veloce, con il tuo solito passo, e facevi lo slalom tra le persone, come hai sempre fatto. Il tuo sguardo verde correva ancora più veloce, come se volesse andare oltre. Era quel tuo solito essere qui e altrove che mi irritava tanto. Anche adesso avrei potuto irritarmi e all'improvviso avevo voglia di farlo, mi sembrava che quella rabbia avrebbe potuto farmi sentire di nuovo giovane. Lo siamo stati a lungo, io e te, e avremmo potuto essere ancora noi. Perché in fondo è da un bel po' che ho iniziato a pensarti come si pensa a qualcuno con cui si è scampati a un incendio. Qualcuno con cui ci si capisce al primo sguardo e con cui forse tutto sarebbe stato più facile.
Quasi senza accorgermene, nonostante il bruciore in gola e l'umidità di un maggio autunnale che mi penetrava nelle ossa, ti ho seguita dentro quella libreria, che è proprio sotto casa mia. Da come ti muovevi, sembravi molto sicura di quello che cercavi e di dove l'avresti trovato.
All'improvviso ti sei girata e allora mi sono messo a scrutare lo scaffale. Ho preso un libro, l'ho sfogliato, l'ho rimesso a posto e ne ho preso un altro. Non potevo farti capire che ti avevo seguito. Non sapevo nemmeno se avevo voglia di ritrovarti, proprio stasera. E mentre sfogliavo i libri, mi sono accorto che te n'eri andata, senza chiamarmi, senza riconoscermi.
Siamo stati giovani a lungo, ma gli anni sono passati troppo in fretta.
LORO
La telefonata con mio padre mi ha lasciato il solito sapore amaro che viene dalla certezza di averlo deluso. Un'altra volta. Sono state talmente tante queste volte che dovrei esserci abituato, invece ci resto sempre male, io più di lui. Perché a mio padre passa in fretta, lui è come una palla che, quando tocca terra, rimbalza più in alto. Credo di non averlo mai visto veramente arrabbiato. L'ho visto stanco, deluso, e due minuti dopo più carico ed entusiasta di prima.
È perché non gli importa veramente di nulla, dice mia madre. Mia madre è la donna di mezzo tra la sua prima e la sua seconda moglie: giusto il tempo di concepirmi, poi lui stava già sposando Lara, che ha pochi anni più del suo primo figlio. Mia madre, per fortuna, stava già con Tanny, che in realtà si chiama Tancredi. Per mio padre uno che si fa chiamare Tanny meriterebbe l'ergastolo, per me invece è quanto di più simile a un vero padre. Anche oggi, quando gli ho detto che non mi interessa l'automobile che vorrebbe regalarmi, che non saprei proprio cosa farmene perché cerco il più possibile di usare mezzi alternativi e, quando proprio non posso farne a meno, c'è sempre il car sharing, mio padre non ha perso l'occasione di dare la colpa a Tanny.
"Sono le idee che ti ha messo in testa quel radical chic!"
Lui non sa che preferisco avere in testa le idee di un radical chic come Tanny piuttosto che le sue. Non sa nemmeno che dieci anni fa è stato proprio lui a farsi da parte e lasciare il suo posto a Tanny.
Dieci anni fa avevo otto anni e le delusioni che ricevi a quell'età ti restano dentro, sono quelle che ti spingono da una parte piuttosto che dall'altra. Io allora cercavo mio padre, volevo sentirlo mio e non riuscivo, schiacciato com'ero tra i suoi primi tre figli e l'ultima, quella che aveva appena avuto da Lara.
Studiavo pianoforte, ero felice di quelle lezioni, le aspettavo più di ogni altra cosa. "Speriamo che almeno diventi un grande concertista!" aveva detto mio padre a mia madre, prima di firmare l'assegno per pagare l'insegnante. Ma io ero un grande concertista, avevo pensato. L'insegnante infatti aveva deciso che al saggio avrei suonato un intero brano da solo. Ero l'unico, il più bravo, e non vedevo l'ora che lui lo sapesse. Mi preparai a lungo per il saggio con la sola paura che non venisse, che avesse un altro impegno o si dimenticasse. Invece il giorno del saggio arrivò e fu stranamente puntuale. Io suonai il mio pezzo e, poco prima della fine, sentii gli applausi dell'insegnante e degli altri genitori. Come un grande concertista, finii il mio pezzo, mi alzai, mi inchinai e, con lo sguardo, cercai lui, mio padre, giusto in tempo per scoprirlo con gli occhi ancora chiusi perché si era addormentato e nemmeno gli applausi l'avevano svegliato. Sarei scoppiato a piangere se non avessi incrociato lo sguardo comprensivo e orgoglioso di Tanny.
E nonostante viviamo tutti vicini, noi, mio padre, la sua nuova famiglia e quella vecchia, il solco che si è creato tra me e lui è una distanza immensa, che non si può più colmare. Del resto non potrei nemmeno dirgli (e lui non potrebbe mai capire) la tristezza di questo compleanno, che mi fa diventare maggiorenne ma che mi avvicina alla fine di un'epoca, quella del liceo. E la fine del liceo significa il momento in cui lei, la professoressa, non farà più parte della mia vita. È perché spero di vederla che sono venuto qui, in questa libreria, proprio sotto casa di mio padre e poco fa, mentre sfogliavo un libro appoggiato alla ringhiera del primo piano, ogni tanto guardavo giù e speravo fosse uno di quei giorni in cui viene anche lei. E lei è venuta.
Quando entra nella libreria mi sembra sempre di sentirla e infatti ho guardato giù proprio nel momento in cui passava tra una persona e l'altra, con il suo passo veloce. E dietro di lei l'ho visto subito: era lui, mio padre, con la sua figura così familiare e nello stesso tempo diverso. Poi si è girato, le ha dato le spalle e si è messo a sfogliare un libro, proprio mentre lei si girava verso di lui, come se non volesse essere riconosciuto. Anche la professoressa era sempre la stessa, ma era diversa, una strana luce si è fermata nei suoi occhi verdi nel momento in cui l'ha visto e all'improvviso mi è sembrata molto più giovane. Giovane, smarrita, e poi di nuovo una donna che ha vent'anni più di me, che ha vissuto vent'anni più di me. Una donna lontana più di quanto non sia mai stata.
Qualcosa mi si è accartocciato dentro ed è quel filo che in qualche modo unisce mio padre e la professoressa. Quel filo che non conosco ma che esiste e oggi ci sono inciampato. Mi sono aggrappato al libro che tenevo in mano, mentre lei si voltava e, sempre con il solito passo veloce, se ne andava. Se ne andava da mio padre ma anche da me e dalla mia adolescenza.
Mio padre è rimasto di spalle ancora un po', ha sfogliato un altro libro, poi finalmente si è girato, si è accorto che lei non c'era più, e, per la prima volta, mi è sembrato che un lampo di rabbia gli attraversasse lo sguardo. Anche lui mi sembrava molto giovane, o forse era soltanto più vecchio. Finalmente però l'ho sentito vicino. Con tutte le sue mogli, i suoi figli, le sue automobili, era mio padre, più mio di chiunque altro.
Ho posato il libro, sono sceso di corsa e l'ho raggiunto all'uscita della libreria.
"Ciao papà", ho detto appoggiandogli una mano sul braccio. "Cosa ci fai qui?"
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